Qualche giorno fa si parlava di teologi dalle scellerate affermazioni su Speculum Maius .
Sempre nello stesso luogo, in riferimento al nostro ormai mitico Assignment3 (che sta generando una mole di commenti ed interpretazioni ramificantisi e intersecantisi in misura sempre maggiore) si accenna tra l’altro, ma non solo, al mirabile lavoro di partecipazione compiuto in tanti anni dalla cd comunità open source, come esempio classico e forse finora insuperato di cosa si possa fare con la Rete.
Scrive Maria Grazia di aver recentemente
“avuto bisogno di rivedere il mitico Revolution OS e ho pensato di postare qui la parte in cui viene affrontata la differenza tra il concetto di free software e quello di open source, esplicitando in particolare quest’ultima definizione.”
Serendipicamente parlando, tutto ciò ci ricollega al fatto che c’è un teologo che se ne occupa da tempo e ha capito molto bene le potenzialità della Rete e dell’agire collaborativo. Ovviamente lui ha una visione teologica anzi, cyberteologica, e si interessa di come si possa applicare-sviluppare “l’intelligenza della fede al tempo della Rete”. Forse non è un caso che sia un gesuita. Antonio Spadaro non è solo uno studioso di letteratura e scrittore di saggi su autori contemporanei come Raymond Carver, Flannery O’Connor e Pier Vittorio Tondelli , ma ha anche un blog dove ha pubblicato da poco un interessante post piuttosto in topic con quanto sopra.