Anna pane e gulash

(ricordo di una connessione di tanti, tanti anni fa)

Anna mi voleva bene.

Da lei potevi fare qualsiasi cosa senza timore di rimproveri o gelide occhiatacce.

Potevi ficcare il naso in cassetti, ante, armadi e andare anche da sola nelle stanze al piano di sopra. Giocare in libertà in casa o nel cortile, separato dalla cucina per mezzo di una grande, curiosa vetrata che la rendeva simile a una serra creando uno spazio aperto per la mia fantasia. Il cortile, un po’ spiazzo di cemento, un po’ giardino verde, confinava con il retrobottega di una panetteria da cui provenivano deliziosi effluvi di pane e ciambelle.

Anna era di origine ungherese. Probabilmente il suo vero nome era Hanna, o Hannah, non so. Non c’è più nessuno a cui chiedere lumi. O magari aveva scelto di farsi chiamare Anna in Italia per via di un nome troppo strano o impronunciabile. Era così bella, alta e bionda, foltissimi capelli biondo cenere che teneva legati in una pratica, spessa coda, zigomi alti da slava, occhi cerulei dallo sguardo benevolo che ti facevano sentire protetta e sicura. Non pretendeva nulla, come buoni voti a scuola, o un comportamento giudizioso, o una postura eretta a tavola. Ti faceva intuire come fosse facile godere, semplicemente, della sua compagnia. Uno scambio equo. Un’adulta e una bambina tra le quali non era presente alcun legame di sangue, e tanto per questo nessun obbligo reciproco, nessun senso vago del dovere a macchiare la nostra relazione.

Andavo spesso da lei, abitava vicino e la sua figlia maggiore era un’amica di mia sorella, credo fossero state compagne di scuola. Di figlie ne aveva due, entrambe incredibilmente belle come lei e oltretutto avevano nomi che a me parevano formidabili, Jolanda e Ludmilla. Soprattutto Lud-mil-la mi piaceva, con tutte quelle elle che scivolavano sul palato e quella sillaba ‘lud’ iniziale, dall’assonanza di un ululato ancestrale, che poi veniva stemperato nel più dolce ‘mil’, come miele. Un verso di animale selvatico diluito in una rassicurante camomilla al miele, ecco, era per me quel nome.

E il mio, Roberta, come l’odiosa canzone di Peppino Di Capri! Bah!

I nomi delle sorelle avevano anche qualcosa di vagamente trasgressivo, infatti mamma diceva sempre che i nomi più belli hanno la erre. Stranieri ed esoticamente insoliti, per questo mi colpivano tanto, credo.

Jolanda e Ludmilla, nonostante l’aspetto angelico e i nomi stupendi, non erano tanto benevole nei confronti della madre. Gli svarioni di Anna nel suo italiano poco ortodosso erano fonte di inesauribile ilarità per le sue non troppo caritatevoli figlie. Stravaganti errori di grammatica, sintassi, bislacche inversioni semantiche erano all’ordine del giorno nel suo linguaggio praticamente inventato.

–  E’ UTILE che fai così!

Ripeteva una Anna esasperata al marito o alle figlie, intendendo in realtà INUTILE.

E via discorrendo.

A me non piaceva affatto quando la prendevano in giro o cercavano – invano – di correggerla, di renderla forse meno imbarazzantemente inadeguata. Non mi capacitavo di come la sua stessa famiglia la considerasse così di scarso valore, lei che era tanto buona e sapeva cucinare quel gulasch che ho cercato qualche volta da adulta di replicare senza successo.

Anna fu generosa nell’offrirsi di accudirmi durante la degenza ospedaliera di mio padre, che stava morendo e non avrebbe mai visto i miei incisivi definitivi. Mamma stava con lui e io ero stata momentaneamente allocata presso una zia paterna che conoscevo poco, omonima di Anna ma decisamente agli antipodi in tutto, in una casa dall’ordine impeccabile, rigida come la proprietaria.

Mi ribellai. Basta Zia Anna, voglio Anna-Anna! E fui accontentata, rifugiandomi tra braccia sicure, unico conforto in tempi assai oscuri.

Ricordo che mi regalò un monile di metallo lavorato, con piccole perle, proveniente dalla sua Terra, molto bello ed originale, che qualche anno dopo con immensa leggerezza scambiai con una vile patacca da due soldi, da adolescente stupida qual ero.

Di lei non mi rimane nulla.

Soltanto il suo ricordo, riaffiorato per caso.

(Le figlie di Anna sposarono due uomini importanti, fecero diversi figli e la loro madre partiva ogni mattina in bicicletta per riordinare le loro case – in punti opposti della città – e stirare montagne di camicie degli illustri generi senza ricevere mai un cenno di ringraziamento. Anna si attaccò alla bottiglia. Le figlie in seguito divorziarono, i nipoti ormai erano cresciuti; nessuno aveva più bisogno di lei. Anna morì, a poco più di 60 anni. La sua casa a misura di bambino fu liberata da tutti gli oggetti dei genitori e venduta in tutta fretta dalle figlie che posteggiarono il padre presso una casa di riposo senza più occuparsene.)

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2 Responses to “Anna pane e gulash”

  1. me lo ricopio qui, casomai Facebook decidesse di chiudere (ha ha) i battenti

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