Archive for ‘Life in’

29 aprile 2012

Mirror mirror

il volto è grammatica
e geografia del tempo
linee leggere intersecanti
altre parallele
avvallamenti dove c’erano pianure
un viaggio sul tuo viso.

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6 febbraio 2012

Piccioni droni viventi

Il comune piccione (Columba livia domestica) è un animale talmente diffuso da rendersi quasi invisibile ai nostri occhi di cittadini in mille faccende affaccendati. Eppure il suo attenersi a un basso profilo per non attirare troppo l’attenzione sospetto che faccia parte di una raffinata strategia di sopravvivenza.

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1 maggio 2011

Double bind

Traggo coriandoli da immagini
per ricomporne nuove

Mi riprendo il mondo
ti regalo il caos

Ogn’impegno è sciolto
ogni pegno è reso.

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25 aprile 2011

Video The World Wide Mind con sottotitoli

Come precedentemente mi ero ripromessa di fare qui ho provveduto a tradurre e sincronizzare i sottotitoli in italiano di questo video  pubblicato su Universal subtitles

Si tratta del video della presentazione di un saggio, The World Wide Mind (qui un estratto tratto dal NyTimes, qui una recensione) nel quale l’autore Mike Chorost teorizza come la tecnologia possa venire utilizzata allo scopo di creare più connessioni umane tra le persone, e che sia possibile servirsi della tecnologia come di uno strumento per affinare la nostra umanità. Mi pare una visione piuttosto in linea con il discorso iniziato su Coltivare le connessioni . Non avendo ancora letto il libro, posso riferire solo le altrui impressioni, come questa:

“World Wide Mind is a rare pleasure indeed: a smart book about the future of technology that is really about the complexities of the human heart and the universal yearning to be transformed by connection. By combining cutting-edge neuroscience, keen insight into the social potential of networks, and touchingly candid personal anecdotes, Chorost has written one of the most memorable and thought-provoking books of the year.”

(Steve Silberman, contributing editor, Wired Magazine)

La sottotitolazione non è ancora perfetta ma mi auguro di prendere più confidenza con essa.


11 aprile 2011

La chimica delle parole: Primo Levi, narratore e scienziato

(Una mia intensissima “corrispondenza d’amorosi sensi”, nonché connessione dal passato attraverso le sue parole. Me lo ha fatto venire in mente Mariaserena in un commento all’Assignment 6 , e mi è venuta voglia di riportarlo qui. Inoltre sono abbastanza certa che Levi avrebbe saputo cogliere le possibilità del web. Apprezzava le peculiarità del testo elettronico. A volte mi domando cosa avrebbe potuto ancora darci.)

Scrivo proprio perché sono un chimico, si può dire che il mio vecchio mestiere si è largamente trasfuso nel nuovo

Tutti conosciamo Primo Levi (1919-1987) per la sua opera come scrittore concentrazionista. Le sue lucide e preziose testimonianze sugli orrori dell’Olocausto, racchiuse nei testi Se questo è un uomo (1947) e La tregua (1963)1 costituiscono tuttavia solo un aspetto della sua produzione letteraria. Nel corpus delle opere di questo autore sono presenti due costanti: ispirazione scientifica e ispirazione di origine autobiografica. Tali tematiche, pur costituendo due entità separate e in apparenza contrastanti, risultano, come vedremo, complementari tra loro.

Levi, laureatosi in Chimica poco prima della deportazione ad Auschwitz, cominciò a stendere il testo di Se questo è un uomo al ritorno dal Lager, spinto da una necessità scaturita sia dal dovere di raccontare cosa aveva visto durante l’internamento, sia dall’urgenza di liberarsi, almeno in parte, dall’angoscia dei ricordi2. Inizialmente la scrittura ebbe dunque per lui una funzione terapeutica; con il passare del tempo diventò una sua attività collaterale, praticata però solo nei momenti liberi dall’attività lavorativa. Era infatti un esperto di vernici e svolgeva con passione il proprio lavoro di direttore tecnico presso una fabbrica di Torino: per questo motivo verrà considerato a lungo dalla critica uno “scrittore della domenica” come se la scrittura fosse per lui un hobby, come se potesse raccontare soltanto l’orrore dei Lager. Sarà solo dopo il suo pensionamento, a metà degli anni ’70, che si dedicherà completamente al mestiere della scrittura. Levi infatti non avrebbe mai pensato di abbandonare la fabbrica prima del tempo per diventare scrittore a tempo pieno: non solo egli amava il suo lavoro di chimico, ma era intimamente convinto3 che il lavoro fosse necessario al fine di infondere dignità alla condizione umana4.

La pubblicazione de La tregua nel 1963 ottenne un discreto successo5, motivando Levi a dare alle stampe una raccolta di quindici racconti che erano già apparsi su riviste e quotidiani6: uscì così Storie naturali (1966) un’opera di ispirazione fantascientica e fanta-tecnologica. Molto della vita dell’autore emerge in questi racconti.
Nel primo ad esempio, I Mnemagoghi (suscitatori di memorie), l’anziano medico condotto Montesanto racchiude le sensazioni olfattive della propria vita in una serie di concentrati che le riproducono in provetta: il Levi-chimico è affascinato dalla possibilità filosofica di “categorizzare” i ricordi. Nell’inquietante Angelica farfalla invece, il cui argomento è legato alle sperimentazioni naziste su esseri umani, una commissione di alleati a Berlino nel dopoguerra indaga su un misterioso professore che sperimentava su esseri umani le sue teorie per trasformarli, forse, in angeli. Le sfortunate cavie verranno uccise per fame dai vicini della casa in cui si svolgeva l’esperimento.

Il tema della tecnologia usata impropriamente ricorre con ironia sia ne Il Versificatore sia in Alcune applicazioni del Mimete: nel primo racconto è descritta una macchina in grado di sostituire l’uomo nella produzione della poesia con stupefacenti risultati; nel secondo, Gilberto usa un macchinario che riproduce esattamente (oggi si userebbe il termine clonazione) gli oggetti per creare una copia identica della propria moglie. Per risolvere il problema derivante dalle gelosie delle due donne –che sono la stessa donna- egli riprodurrà se stesso dando vita ad un secondo Gilberto. Nel racconto Cladonia rapida, dedicato a un fantomatico parassita delle automobili, si trovano anticipazioni di science-fiction a noi contemporanea (si pensi a Christine, la macchina infernale di Stephen King) ma anche un interessante parallelo con un racconto del 1953 di Isaac Asimov, Sally7. Ancora, in Trattamento di quiescenza compare il cosiddetto Torec (Total recorder) una macchina che registra ogni sensazione umana su nastro magnetico anticipando il concetto di Realtà virtuale.

Caratterizzato da interessanti e originali intuizioni, il libro non venne capito dalla critica dell’epoca riscuotendo scarso successo. Levi non lo pubblicò però a suo nome, ma utilizzò l’ironico pseudonimo di Damiano Malabaila8. Nel risvolto editoriale egli riporta la motivazione di questo espediente:

Ho scritto una ventina di racconti […] cercando di raccontare una intuizione: la percezione di una smagliatura nel mondo in cui viviamo […] una falla, un vizio di forma che vanifica uno od un altro aspetto della nostra civiltà o del nostro universo morale. Nell’atto in cui li scrivo provo un vago senso di colpevolezza, come di chi commette consapevolmente una piccola trasgressione. Io sono entrato nel mondo dello scrivere con due libri sui campi di concentramento, […] libri seri, dedicati a un pubblico serio. Proporre a questo pubblico un volume di racconti-scherzo [… ] è forse una frode?[…] Non le pubblicherei se non mi fossi accorto che tra il Lager e queste invenzioni una continuità esiste: il Lager è stato il più grosso dei “vizi”, il più minaccioso dei mostri generati dalla ragione9.

Levi cerca quindi di rendere più obiettivi i critici e i lettori nei confronti del suo nuovo libro affinchè nel giudicarlo, non si facciano condizionare dalle sue precedenti opere sui Lager. I critici dell’epoca infatti erano propensi a vedere in lui soltanto il testimone della vita nei campi di concentramento e, nonostante la sua esauriente spiegazione, questo desiderio di occuparsi di generi troppo “leggeri” come la fantascienza, suscitò scalpore e disapprovazione.

Scarsa fortuna nell’immediato toccò anche a Vizio di forma (1971), questa volta pubblicato col suo vero nome.
Il titolo di questa raccolta è mutuato dall’osservazione di Storie naturali e sta ad indicare il perseguire di Levi nell’elaborazione di una propria personale poetica. In questi surreali racconti, alcuni dei quali sembrano parodiare con ironia lo stile delle relazioni scientifiche10, “storia e fantasia […] si impiantano su una amarezza consapevole e cupa fino a giungere alla satira e al paradosso sconcertante11. Ad esempio nel racconto intitolato Verso occidente si parla dell’etica dello scienziato e del senso della vita. Due etologi che cercano la risposta al perché si atrofizzi la volontà di vivere studiano il comportamento dei lemming, roditori che periodicamente si suicidano in massa e contemporaneamente la inspiegabile tendenza al suicidio degli Arunde, una tribù in via di estinzione. Scoperto che il motivo non consiste in una sorta di selezione naturale per motivi di spazio vitale, come ritenuto, sono spinti ad ipotizzare che in ogni essere vivente sia insita una pulsione all’autoannullamento ( Perché un essere vivente dovrebbe voler morire? – E perché dovrebbe voler vivere? Perché dovrebbe sempre voler vivere??12). Per salvare il gruppo etnico elaborano una sostanza (il “fattore L”) che inibisce la tendenza dei lemming all’autodistruzione e la inviano al capo degli Arunde, ma il pacco viene restituito: gli Arunde preferiscono “la libertà alla droga, e la morte all’illusione13.
Il tema della morte è presente anche in Knall: è un cilindretto che dà la morte istantanea senza emorragia e si vende “sciolto o a scatole di venti”.
Ne Il servo, una macchina costruita dall’uomo si ribella con esiti disastrosi, mentre in A fin di bene la protagonista è una rete telefonica viva, capace autonomamente di mettere in contatto persone in tutto il mondo e persino di provare emozioni.
Il fabbro di se stesso (dedicato all’amico Italo Calvino) tratta dell’evoluzione dell’uomo: in una forma ironicamente diaristica il protagonista, l’Uomo, riassume i progressi biologici e le pietre miliari della storia fermandosi però all’invenzione delle armi “questo diario può anche finire. Con le mie ultime trasformazioni e invenzioni il più è ormai compiuto. Da allora nulla di essenziale mi è più successo né penso che debba succedere in avvenire14.

Alla riedizione di Vizio di forma nel 1987, Levi scrisse nella prefazione che rivive così il più trascurato dei miei libri, il solo che non è stato tradotto, non ha vinto premi e che i critici hanno accettato a collo torto15.

Fu solo all’indomani della sua scomparsa che il lavoro di Primo Levi venne analizzato più profondamente da una nuova generazione di critici. Ad una più attenta osservazione delle sue opere apparve infatti evidente come l’ispirazione autobiografica e l’impegno etico non fossero in contrasto con le sue successive invenzioni narrative16. Il critico Edoardo Bianchini ad esempio afferma che Levi, con l’esercizio della scrittura, scoprirà

oltre l’impegno di natura autobiografica […] una vocazione alla narrativa di più pura invenzione, elemento che […] gli sarà familiare in una produzione oscillante tra esperienze personali e la fuga in avanti verso orizzonti più ampi17.

Un forte cambiamento nell’autore si ebbe con la pubblicazione, nel 1975, della raccolta di racconti intitolata Il sistema periodico: si tratta di ventuno “storie di chimica militante” come l’autore amava definirle18. Nel libro ad ogni elemento chimico della tavola periodica di Mendeleev19 corrisponde una storia emblematica della vita di Levi e le tematiche scientifiche si amalgamano con le sue esperienze di vita. Il Sistema periodico nasce dall’esigenza di immortalare il chimico come una figura letteraria, per poter

“…raccontare al pubblico il significato della ricerca scientifica, una documentazione […] di ciò che avviene nei laboratori, che è poi riprodurre sotto veste moderna le emozioni più antiche dell’uomo, le più misteriose, il momento dell’incertezza […] trovare quel che si cerca o non trovarlo. C’è tutta una tradizione narrativa sulla vita dei minatori, o dei medici, o delle prostitute: quasi niente sulle avventure spirituali di un chimico”20

Il sistema periodico è dunque la cornice metaforica di riferimento in cui Levi incastra gli elementi e gli episodi che rivestono un significato per lui. Nel racconto iniziale Argon si è introdotti con ironia alla storia della sua famiglia; ma troviamo anche ricordi dell’adolescenza, i primi esperimenti dai quali nacque la passione per la chimica e le lezioni al laboratorio dell’università (Idrogeno, Zinco e Potassio); vi si ritrovano i temi del Lager (Cerio e Vanadio) e del ritorno (Cromo), dell’amata montagna e dei legami con gli amici (Ferro), della breve esperienza nella Resistenza che portò al suo arresto e alla deportazione (Oro); è interessante notare che Levi vi inserisce anche due racconti di pura invenzione, Piombo e Mercurio (che nel libro sono stampati in corsivo) quasi a sottolineare come per lui esperienza autobiografica e parto della fantasia abbiano lo stesso peso. La raccolta si chiude con Carbonio, una poetica parabola sulle tante funzioni di un semplice atomo e sulla importanza di questo elemento nel dare origine alla vita.

Italo Calvino e Saul Bellow ebbero ad elogiare questa raccolta senza mezzi termini. Il primo la definì come una vera e propria svolta nella vita e nella carriera di Levi. Il secondo contribuì notevolmente al suo successo sul mercato internazionale scrivendo, nel risvolto di copertina dell’edizione americana: “Siamo sempre alla ricerca del libro necessario. Dopo poche pagine mi immergevo nelSistema periodicocon piacere e gratitudine. Nulla vi è di superfluo, tutto in questo libro è essenziale…21

Secondo Levi nell’esercizio della chimica è sempre presente il confronto dialettico con la Materia (dal latino mater, sostanza), un rapporto di interazione in cui lo scienziato è chiamato a comprendere la materia, la madre nemica e indifferente, perchè “comprendere la materia è necessario per comprendere l’universo e noi stessi22. Il chimico distilla, discrimina, separa, fino a raggiungere la purezza. Levi considera quindi anche la letteratura attraverso il filtro della sua personale forma mentis di chimico come l’arte di separare il metallo dalla ganga (ciò che usavano fare gli alchimisti nell’antichità: Scheidenkust, arte separatoria, era l’antico nome della chimica in tedesco): così Levi scrittore e acuto osservatore analizza, campiona, critica la materia umana. Separazione dunque come distinzione, discriminazione, mettere ordine tramite le parole, usate con precisione come strumenti, nel mare magnum delle proprie esperienze.

In una intervista concessa allo scrittore americano Philip Roth nel 1986, Levi ebbe a dire:

“Mi ritrovo più ricco di altri colleghi scrittori perché per me termini come “chiaro”, “scuro”, “pesante”, “leggero”, “azzurro”, hanno una gamma di significati più estesa e più concreta. Per me l’azzurro non è soltanto quello del cielo, ho cinque o sei azzurri a disposizione […] ho avuto per le mani dei materiali di uso non corrente, con proprietà fuori dall’ordinario che hanno servito ad ampliare in senso tecnico il mio linguaggio. Quindi dispongo di un inventario di materie prime, di “tessere” per scrivere, un po’ più vasto di quello che possiede chi non ha una formazione tecnica. In più ho sviluppato l’abitudine a scrivere compatto, a evitare il superfluo. La precisione e la concisione, che a quanto mi dicono sono il mio modo di scrivere, mi sono venute dal mio mestiere di chimico”23.

Levi era consapevole di avere “due anime saldate insieme24 e di essere legato a una sorta di ibridismo: “Io credo proprio che il mio destino profondo […] sia l’ibridismo, la spaccatura. Italiano, ma ebreo. Chimico, ma scrittore. Deportato, ma non tanto (o non sempre) disposto al lamento o alla querela”25.

Questa condizione viene da lui tradotta nell’immagine mitologica del Centauro, metà uomo e metà cavallo, così come Levi percepiva se stesso: in parte uomo di scienza e in parte uomo di lettere.

Nella propria eterogenea produzione letteraria (risultato di un vasto retroterra culturale tra il Liceo Classico gentiliano26, gli studi universitari scientifici e un grande amore per la lettura, trasmessogli dalla famiglia), egli non ravvisava una discordanza, ma un arricchimento giacché rivendicava una “flessibilità intellettuale che non teme le contraddizioni, anzi le accetta come un ingrediente immancabile della vita27. Questa peculiarità della scrittura leviana è ciò che secondo la critica più recente conferisce particolare valore ai suoi scritti.

1 Le due opere narrano rispettivamente della reclusione nel campo di Buna-Monowitz presso Auschwitz (durata circa un anno) e dell’avventuroso ritorno nella sua Torino dopo la liberazione dal Lager da parte dei Russi, attraversando una Europa annichilita dalla guerra.
2 Vedi Autoprefazione inserita da Levi alla edizione Einaudi Se questo è un uomo del 1958.
4 L’importanza del “lavoro ben fatto” e la gratificazione che ne deriva, temi che gli erano particolarmente cari, saranno da Levi affrontati più avanti nel romanzo La chiave a stella (1978). Protagonista del romanzo è Tino Faussone, operaio piemontese che narra in prima persona, con un linguaggio spontaneo e ricco di termini coloriti, gli aneddoti del suo lavoro di tecnico montatore di impianti industriali in giro per il mondo.

5 Primo classificato al Premio Campiello e terzo posto al Premio Strega.

6 “Il Mondo” e “Il Giorno”

7 Contenuto nella raccolta di Isaac Asimov, Sogni di robot. Asimov (scrittore di fantascienza e divulgatore scientifico americano, 1920-1992) immagina “automatomobili”, differenziate sessualmente laddove nel racconto di Levi le auto si distinguono in he-cars e she-cars.

8 Malabaila era l’insegna di un negozio davanti al quale Levi passava ogni giorno, fu scelto per caso.

9 Levi, Opere vol.1, Cronologia, a cura di Marco Belpoliti, Gruppo Editoriale L’Espresso, 2009, p.XCV

10 Levi asserì in numerose interviste che il suo modello letterario era il “rapportino settimanale” che si usa fare in fabbrica: conciso, preciso e comprensibile a chiunque.

11 Bianchini, op. cit., p. 72.

12 Levi P., Verso occidente, Storie naturali – Vizio di forma Ed. Euroclub su licenza Einaudi, 1990, p. 190

13 Ibidem, p. 196

14 Levi P., Il fabbro di se stesso, Storie naturali – Vizio di forma Ed. Euroclub su licenza Einaudi, 1990, p.326

15 Levi P., Lettera 1987 in Storie naturali – Vizio di forma, cit., p.177

16 Daniele Del Giudice introduzione a Primo Levi, Opere, vol.1, a cura di Marco Belpoliti, Ed. L’Espresso, 2009,p. IXX

17 Edoardo Bianchini, Invito alla lettura di Primo Levi, Mursia, Milano, 2000, p.61

18 Così le definì Levi nel racconto Nichel; in P. Levi, Opere vol.2, a cura di M. Belpoliti, Ed. L’Espresso, 2009, p.808

20 “Sono un chimico, scrittore per caso”, intervista con Pier Maria Paoletti, “Il Giorno”, 7 agosto 1963, ora in Primo Levi Conversazioni e interviste 1963-1987, cit., p.103.

21Calvino era anche redattore presso la casa editrice Einaudi e diede parere favorevole alla pubblicazione de Il sistema periodico. Cfr. Bianchini, op.cit. p. 90. Saul Bellow romanziere e saggista statunitense (insignito del Nobel per la Letteratura nel 1976) contribuì, paradossalmente, a far sì che il riconoscimento del valore della narrativa di Primo Levi avvenisse prima all’estero che in patria.

22 Levi, Opere vol.2 Il sistema periodico: Ferro, a cura di Marco Belpoliti, Gr. Ed. L’Espresso, 2009, p.775

23 Philip Roth, A man saved by his skills, The New York Times Book Review 11 ottobre 1986, riportata da “La Stampa” nel novembre 1986 con il titolo L’uomo salvato dal suo mestiere; ora in Primo Levi Conversazioni e interviste 1963-1987, a cura di Marco Belpoliti, Einaudi, Torino, 1997, p. 84 e sgg. Su Roth http://it.wikipedia.org/wiki/Philip_Roth

24 Ibidem

25 “Credo che il mio destino profondo sia la spaccatura”, intervista a Levi di Giovanni Tesio, Nuova società, 208, 16 gennaio 1981, ora in Primo Levi Conversazioni e interviste 1963-1987, cit., p.186.

26 Giovanni Gentile, ministro fascista della Pubblica Istruzione, nel 1923 mise in atto una riforma scolastica che individuava l’organizzazione della scuola secondo un rigido ordinamento aristocratico teso a favorire le discipline umanistiche a scapito dell’insegnamento scientifico.

27 http://www.ernestoferrero.it/ita/testo_completo.asp?IDARTICOLO=52

Bibliografia

Levi, P., Conversazioni e interviste 1963-1987, a cura di M. Belpoliti, Einaudi, Torino, 1997

Testi critici

Belpoliti, M., prefazione a Primo Levi, Tutti i racconti, Torino, Einaudi, 2005

Bianchini, E., Invito alla lettura di Primo Levi. Milano, Mursia, 2000

Carasso, F., Primo Levi La scelta della chiarezza, Torino, Einaudi, 2009

Sitografia

http://rosalucsemblog.blogspot.com/2007/04/intervista-primo-levi-il-sistema.html

http://bostonreview.net/BR24.3/gambetta.html

http://www.minerva.unito.it/storia/Levi/LeviIndice.htm

http://xoomer.alice.it/v.sossella/perchesiscrive.htm

http://www.ernestoferrero.it/ita/testo_completo.asp?IDARTICOLO=52

Image MENCARINI MARCELLO/AFP/Getty Images

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Disclaimer: Cari ggiovani (suppongo) che passate di qui tramite Google sperando (la maggior parte) di trovare un tema pronto da copiare su Primo Levi, vi spiacerebbe almeno lasciare un commento, un qualcosa, una traccia del vostro passaggio? Il web non è solo un posto da cui prendere a volontà ma si basa anche sul principio dell’interazione, sapete. Grazie.

30 marzo 2011

Ancora sulla paura del nuovo – In limine

Su Connessioni scrive Andreas “Il percorso che stiamo facendo è ispirato da questa consapevolezza. Inutile puntare i piedi. Chi lo fa è un uomo morto.”

E allora dobbiamo sforzarci di uscire da un hortus conclusus di conoscenze e abitudini e pregiudizi che ci tiene ingabbiati in una rete poco sana e poco funzionale se non addirittura controproducente per noi. Liberiamoci le spalle da pesi inutili e avanziamo con più fiducia in noi stessi e negli altri, nel futuro.

Godi se il vento ch’entra nel pomario
vi rimena l’ondata della vita:
qui dove affonda un morto
viluppo di memorie,
orto non era, ma reliquiario.

Il frullo che tu senti non è un volo,
ma il commuoversi dell’eterno grembo;
vedi che si trasforma questo lembo
di terra solitario in un crogiuolo.

Un rovello è di qua dall’erto muro.
Se procedi t’imbatti
tu forse nel fantasma che ti salva:
si compongono qui le storie, gli atti
scancellati pel giuoco del futuro.

Cerca una maglia rotta nella rete
che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!
Va, per te l’ho pregato, – ora la sete
mi sarà lieve, meno acre la ruggine…

(Eugenio Montale, In limine da Ossi di seppia, 1925)

28 marzo 2011

Anna pane e gulash

(ricordo di una connessione di tanti, tanti anni fa)

Anna mi voleva bene.

Da lei potevi fare qualsiasi cosa senza timore di rimproveri o gelide occhiatacce.

Potevi ficcare il naso in cassetti, ante, armadi e andare anche da sola nelle stanze al piano di sopra. Giocare in libertà in casa o nel cortile, separato dalla cucina per mezzo di una grande, curiosa vetrata che la rendeva simile a una serra creando uno spazio aperto per la mia fantasia. Il cortile, un po’ spiazzo di cemento, un po’ giardino verde, confinava con il retrobottega di una panetteria da cui provenivano deliziosi effluvi di pane e ciambelle.

Anna era di origine ungherese. Probabilmente il suo vero nome era Hanna, o Hannah, non so. Non c’è più nessuno a cui chiedere lumi. O magari aveva scelto di farsi chiamare Anna in Italia per via di un nome troppo strano o impronunciabile. Era così bella, alta e bionda, foltissimi capelli biondo cenere che teneva legati in una pratica, spessa coda, zigomi alti da slava, occhi cerulei dallo sguardo benevolo che ti facevano sentire protetta e sicura. Non pretendeva nulla, come buoni voti a scuola, o un comportamento giudizioso, o una postura eretta a tavola. Ti faceva intuire come fosse facile godere, semplicemente, della sua compagnia. Uno scambio equo. Un’adulta e una bambina tra le quali non era presente alcun legame di sangue, e tanto per questo nessun obbligo reciproco, nessun senso vago del dovere a macchiare la nostra relazione.

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26 marzo 2011

sull’importanza del nick

Sempre su Assignment3

Un nickname dice tanto di una persona, credo sia ciò che vogliamo comunicare agli altri (anche inconsciamente, chissà) nel momento in cui ce lo scegliamo per entrare in qualche sancta sanctorum del cyberspazio, che sia un forum, un gruppo, o uno spazio singolo di comunicazione uno a molti, come un blog.
Sancta sanctorum perché in qualsiasi luogo la netiquette è sacra.

Concordo pure sul fatto che quando capita (se capita! A volte mai e non fa nessuna differenza in fondo) di conoscere di persona qualcuno conosciuto online si tenda a chiamarlo per nick, anche se sappiamo da sempre qual è il suo vero nome.
Così per i miei amici di click sono eleutheria o eleU, o [nome del mio regista preferito], o Amanda (in quest’ultimo, scelto in un momento di sconforto, il messaggio è chiarissimo, anzi imperativo! Love me! Right now!), e non Roberta.
Ho sempre cercato, forse per una eccessiva quanto inutile (dato che volendo, si trova tutto di una persona) smania di privacy, di tenere separate le mie identità virtuali, non per chiusura ma forse per dare più spazio a diverse istanze di me stessa. Ma questa è un’altra storia.

14 marzo 2011

Feed your head!

Era la frase finale di una vecchia canzone piuttosto psichedelica, cantata da una Signora cantante.

Ma è quello che mi capita quando navigo e scopro collegamenti su collegamenti, approdo in luoghi che sono vere fucine di idee, che generano altre idee, che prendono altre forme, che si dirigono in territori inesplorati ma poi tornano su cose in parte note, ma viste con occhi diversi. Ci sguazzo.

Non mi sento neppure tanto immigrante digitale, quando sguazzo.

Questo esperimento tecno-socio-pedagogico si sta rivelando una vera chicca. Sono molto contenta di esservi incappata, seguendo per caso il dibattito nativi-non nativi.

Oggi è stata una giornata un po’ pesante emotivamente, pescare nel torbido può esser doloroso ma necessario per elaborare delle cose che vanno elaborate. Dimenticate no, mi parrebbe di rinnegare un pezzo della mia vita.

Ma basta con le autoreferenzialità (beh, in fondo sempre un blog è).
I feed sono importati, un numero abbastanza spaventoso, ma si deve anche dire che io sono abituata ad aule semideserte dell’università di Ferrara 😀
Il compito è svolto, il libro sul comodino mi aspetta.